Quando i suoi assassini lo hanno fatto sfilare per la città su di un carretto, lo scherno è diventato ostensione. Perché il nome di Carlo lo abbiamo ancora, indelebile, sulle labbra e, poi, sulla sua lapide, mentre il nome di chi lo ha ucciso non vi è chi lo conosca (solo chi lo sussurra per timore e vergogna). In fondo, spiace che Carlo non abbia potuto guardare negli occhi chi lo ha ucciso, perché di certo ne avrebbe avuto pietà.

giovedì 13 aprile 2017


"....il 27 Aprile viene prelevato, insieme al Magg. Bertoli, e trasferito in una cella del palazzo di giustizia insieme ad altri detenutu politici. La mattina del 29 Aprile alcuni partigiani, rimasti sempre sconosciuti, si presentano con documenti del C.L.N. ed ottengono il permesso di trasferirlo in altro logo.

Il Magg. Bertoli si fa avanti offrendosi di accompagnarlo, ma i partigiani lo respingono, ed alla sua proposta di dargli gli effetti personali rispondono : "Dove va lui non servono".

Condotto presso la scuola di viale Romagna subisce un sommarrio e criminoso processo. Condannato a morte è assassinato, insieme a Don Tullio Cacagno, direttore di "Crociata Italica", in piazzale Susa. 

Prima che l'esecuzione avvenga, Bersani trae dal portafogli la prima scarpetta di lana della figlia Raffaella, la bacia e per l'ultima volta grida "VIVA L'ITALIA"

29 Aprile 1945. Un carretto della spazzatura attraversa le vie di Milano per raggiungere l' obitorio dove scaricherà un corpo senza vita. Unico riconoscimento un cartello: Carlo Borsani ex medaglia d'oro"

Figlio di un operaio, rimase orfano di padre in giovane età e visse per molto tempo in povertà. Con grandi sacrifici della madre riuscì ad iscriversi all 'università, che però abbandonò nel 1940 per andare a combattere da volontario contro la Francia, guadagnandosi al termine della campagna una prima medaglia al valor militare. Poco dopo aver scritto l'inno del suo reggimento fu inviato in Albania in vista dell'attacco alla Grecia.
Seppur gravemente ferito durante un assalto, Borsani continuò la battaglia venendo colpito da un colpo di mortaio che gli scoperchiò letteralmente il cranio. Dichiarato morto nello stesso giorno (9 marzo 1941), riuscì a riprendersi sebbene rimase completamente cieco: a causa di questo episodio fu decorato con una medaglia d'oro al valor militare e fu dichiarato mutilato di guerra e grande invalido.

Dopo l’8 settembre 1943, Carlo Borsani si schierò con la Repubblica Sociale Italiana, divenne presidente dell’Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi di guerra, e direttore di un nuovo quotidiano, La Repubblica fascista, una direzione affidatagli direttamente da Mussolini. Rimase sei mesi al posto di direttore, poi i suoi appelli a superare gli odii fratricidi gli valsero l’ostilità del tandem oltranzista Farinacci-Pavolini che ne chiese la testa al Duce.

Il suo ultimo editoriale su La Repubblica fascista, prima di essere licenziato, aveva come titolo "Per incontrarci", un'apertura di dialogo con chi stava dall'altra parte, rivolto agli antifascisti.
Ciò nonostante, al termine della seconda guerra mondiale si rifugiò a Milano, ma venne assassinato a Piazzale Susa da un gruppo partigiano comunista con un colpo alla nuca. Il suo cadavere gettato su un carretto della spazzatura, dopo aver girato per le vie dell'Ortica, Monluè e Città Studi, con il cartello "ex medaglia d'oro" giunse all'obitorio. Da lì fu portato e sepolto al cimitero di Musocco, nel Campo n. 10, fossa 1337 insieme a decine di caduti della Repubblica Sociale Italiana.

Carlo Borsani nasce a Legnano (MI) il 29 agosto 1917 da famiglia socialista. Ultimo di quattro fratelli, a 13 anni resta orfano del padre Raffaele, operaio della FRANCO TOSI Meccanica fondata nel 1881, per un incidente di lavoro tra le cinghie una puleggia. Entra nel Collegio Vescovile di Lodi e vi compie gli studi liceali, ma non quelli teologici necessari al sacerdozio e nel 1937 si iscrive alla Facoltà di Lettere dell'Università Statale di Milano. 
Terminato il Corso Allievi Ufficiali a Salerno il 12 marzo 1939, mentre sta svolgendo a Milano il Servizio di prima nomina di Sottotenente nel 7° Reggimento Fanteria, le due potenze imperialiste europee Francia e Gran Bretagna dichiarano guerra alla Germania per aver invaso l'1 settembre la Polonia. Il suo Reggimento da Milano viene subito trasferito a Limone Piemonte (CN), ma dal 10 al 24 Giugno 1940 non spara neppure un colpo contro i francesi. Il conflitto lo allontana dai Corsi universitari e dopo la dichiarazione di guerra alla Grecia del 28 ottobre 1940, con il 7. Reggimento della Divisione CUNEO si imbarca a Brindisi su Nave Sardegna e raggiunge Valona il 22 dicembre. 
Aggregato con il 3. Battaglione alla Divisione ACQUI, il 4 gennaio 1941 al battesimo del fuoco contro i greci, oltre Passo Logora presso il caposaldo Mai Skutarait, viene ferito da alcune schegge. Nel combattimento del 9 marzo sulle pendici del Messimerit (1695 m), uno dei monti innevati paralleli alla costa jonica una mitragliatrice lo ferisce alle gambe e attorno alla barella che lo trasporta scoppia un colpo di mortaio che uccide tre soccorritori e lo colpisce alla testa. Ritenuto morto, viene deposto tra i Caduti. Al seppellimento muove una mano. Operato nell'Ospedale da campo di Krionero, si salva ma resta privo della vista. Viene insignito di Medaglia d'Oro al Valore Militare. 

Nel marzo del 1942 dà alle stampe le prime poesie e nel luglio si laurea in Letteratura Italiana con una Tesi su "Gli aspetti della poesia classica nei confronti di quella moderna". Tra quanti lo aiutano a studiare c'è una sedicenne studentessa presso le Suore Orsoline, Franca Longhitano, che diviene sua moglie il 21 ottobre 1942 nella Cappella del Centro Mutilati dell'Ospedale Militare milanese di Baggio. Nascono due figli: Raffaella il 4 novembre 1943 e Carlo, cinque mesi dopo il funesto aprile, il 26 settembre 1945. 

Aderisce alla RSI a Milano con un gruppo di giovani e il 28 settembre il Governo Repubblicano gli affida la guida dei Mutilati di guerra. In RSI otterrà l'erogazione della pensione anche per gli invalidi del lavoro. Il 10 novembre 1943 lancia un appello agli italiani dagli studi milanesi EIAR di Corso Sempione, il 20 febbraio 1944 commemora Dante Alighieri con un discorso radiodiffuso da Palazzo Vecchio a Firenze, il 23 marzo esalta a Roma nel Palazzo delle Corporazioni la Fondazione dei Fasci di Combattimento e il 29 aprile celebra al Teatro Odeon di Milano la "Giornata del Mutilato". 

Il 23 gennaio 1944 firma a Milano il primo numero LA REPUBBLICA FASCISTA con redazione nei locali di Via Galilei de LA GAZZETTA DELLO SPORT, non in edicola. Dopo l'editoriale "Per incontrarci" rivolto ai ribelli, il 16 luglio 1944 viene avvicendato nella direzione del quotidiano da Enzo Pezzato. Collabora con i fondatori del "Raggruppamento Nazionale Repubblicano Socialista", Partito autorizzato da Mussolini il 13 febbraio 1945 e il 15 aprile manifesta per le vie di Milano tra le migliaia di Combattenti convocati dalla M.d'O. Bruno Gemelli, Sottosegretario per la Marina Repubblicana. 

Trascorre la sera del 25 aprile 1945 con i Marò della Decima MAS e la notte all'Albergo Nord in Piazza della Repubblica dove, al mattino, rifiuta l'offerta di Borghese di un espatrio. Si rifugia all'Istituto Oftalmico, ma il 27 dopo una spiata è rinchiuso nei sotterranei del Palazzo di Giustizia. Nel pomeriggio del 29 aprile, insieme a don Calcagno, è condotto nelle Scuole di Viale Romagna e da lì in Piazzale Susa dove viene assassinato con un colpo alla nuca.
Alcune delle cose accadute nell’aprile 1945 resteranno per sempre senza spiegazione. Fu guerra civile, è vero, ma un colpo di pistola alla nuca ad un mutilato e invalido è cosa che nemmeno con la guerra civile può essere spiegata. Perché un cieco lo sai che non ti farà del male, che non prenderà mai le armi contro di te, tanto meno se si è guadagnato una medaglia d’oro al Valore Militare, cosa che ti garantisce che questo Uomo la guerra la sa fare davvero, senza abbassarsi al livello infimo del banditismo partigiano e, anzi, elevandosi a una ristretta cerchia di soldati che trovano nella coscienza e nel dovere la forza per sfidare la materia, compresa quella del proprio corpo ormai dilaniato dai combattimenti. Perché non solo con il corpo si combatte ma, soprattutto, con lo Spirito.
Carlo Borsani ce lo ha chiarito e le ragioni della sua medaglia d’oro lo decretano come faremo fatica a dimenticare:«Ferito tre volte durante tenace difesa per mantenere il possesso di delicata posizione, ancora degente all'ospedale, chiedeva ed otteneva di partecipare col proprio reparto a nuovo cimento. Assunto volontariamente il comando di un plotone moschettieri arditi, guidava i suoi fanti all'assalto di munita posizione nemica tenacemente difesa. Benché ferito alle gambe da una raffica di mitragliatrice, non desisteva dalla lotta e, nel generoso tentativo di spingersi ad ogni costo sull'obiettivo assegnato, restava più gravemente ferito al viso, agli occhi ed in varie parti del corpo da schegge di bombe da mortaio. Ricoverato in gravissime condizioni, conscio ormai che la vista era irrimediabilmente perduta, esprimeva solo il rammarico di dover desistere dalla lotta, confermando la sua fede e la sua piena dedizione
alla Patria». Insomma, l’assassinio di Carlo Borsani, a guerra finita, non ci sta, non ha attenuanti. Meno ancora ci sta che abbiano fatto del suo corpo un “trofeo” da esibire sconciamente per le vie di Milano, con appeso al collo un cartello che oltraggia chi l’ha scritto non certo la vittima: “ex medaglia d’oro”…
Forse non loro lo sanno, ma la medaglia d’oro non si revoca. Carlo Borsani è, sarà sempre, medaglia d’oro al Valor Militare. Oggi come allora, per aver difeso la Patria, terra dei padri, di tutti i padri, anche di quelli che hanno generato i suoi assassini vigliacchi.
Ci sono storie che qualificano, altre che squalificano, questa storia fa entrambe le cose. Ad uscirne da Eroe è, ancora una volta, Carlo Borsani. Perché lui, cieco ma impavido, con l’ultimo fiato che gli rimaneva ha gridato “VIVA L’ITALIA” stringendo in mano la prima scarpetta di lana del figlio.
Perché quando i suoi assassini lo hanno fatto sfilare per la città su di un carretto, lo scherno è diventato ostensione. Perché il nome di Carlo lo abbiamo ancora, indelebile, sulle labbra e, poi, sulla sua lapide, mentre il nome di chi lo ha ucciso non vi è chi lo conosca (solo chi lo sussurra per timore e vergogna). In fondo, spiace che Carlo non abbia potuto guardare negli occhi chi lo ha ucciso, perché di certo ne avrebbe avuto pietà.
Ecco perché Carlo Borsani, oggi, ha una targa a Piazzale Susa che fa urlare il “Presente” a centinaia di ragazzi ogni 29 aprile. Ecco perché lo custodisce il Campo10, il Campo dell’Onore. Ed ecco perché siamo orgogliosi, persino un po’ smarriti, quando ci avviciniamo alla sua lapide per pulirla e decorarla, come le altre mille, e a lui, primo delle tre medaglia d’oro sepolte al Campo, ancora oggi ci rivolgiamo, sull’attenti: CAMERATA CARLO BORSANI, PRESENTE!


Discorso di Carlo Delcroix pronunciato al Teatro Adriano di Roma l'11 febbraio 1951, dedicato a Carlo Borsani, un eroe della guerra perduta. 


Il 29 aprile 1945 Carlo Borsani giacque sull'erba del piazzale Susa a Milano. 

A quel condannato non fu necessario imporre la benda, e dell'ombra che lo fasciava avrebbe abusato la morte per non dichiararsi. Al plotone di esecuzione il comando di fuoco si suol dare con un cenno, ed è la misericordia del silenzio, mentre quello fu il silenzio della viltà che non osò guardare chi non poteva vederla. Nel chiaro mattino il cieco sorrideva al sole, e qualcuno gli girò intorno per colpire alla nuca il soldato a cui la gloria aveva schiuso una rosa in fronte. Carlo Borsani apparteneva alla generazione dei nostri figli, e non avrebbero dovuto dimenticarlo quelli che lo fecero uccidere perché, da qualunque parte si fossero trovati, avevano una qualche responsabilità nella guerra di cui sarebbe stato vittima tre volte il giovane a cui fu tolta la vista, la vittoria e la vita. Eppure, il suo nome figurava nella lista dei capi da sopprimere, segno che la sua fine fu deliberata. 

Un giorno sapremo forse chi sia stato a ordinaria e da chi l'ordine fosse eseguito, ma quello che non riusciremo mai a sapere né a capire, è di quale colpa si volle punirlo. 

La poesia 

Nato il 29 agosto 1917, nessuna retroattività poteva giungere fino a lui, perché il fascismo era già affermato prima che egli fosse in grado di compitarne il nome sul libro di scuola. Anche quando fu cresciuto e la consegna era di dare il passo ai giovani, egli che aveva tutte le qualità per farsi avanti non figurò fra i precoci gerarchi e, se una qualche precocità egli ebbe, fu per la poesia, non quella cortigiana che aprì la via del successo a molti, oggi passati alla musa progressiva. Non è a dire che lo additasse all'odio il privilegio della nascita perché, figlio di un operaio e rimasto subito orfano, fu allevato dalla povertà e dalla tristezza. Suo padre, un metallurgico vecchio socialista, aveva trovato la morte in un orrendo agguato della macchina e, se egli poté studiare, fu grazie alle fatiche e alle privazioni della madre, che si levò il pane di bocca per evitare al figlio di finire nell'officina, fra gli ingranaggi che le avevano stritolato il marito. 

Così una lavandaia mandò il figlio all'università, e la guerra lo trovò studente di lettere a Milano. Aveva però già fatto il corso per ufficiale di complemento con la sua leva e, quale comandante di plotone, si guadagnò una prima medaglia nei brevi, sanguinosi combattimenti che portarono all'armistizio con la Francia. 

Energia e rigore 

Quando il suo bel reggimento, del quale aveva composto l'inno, passò fra la neve e il fango dell'Albania con i rinforzi inviati a raddrizzare le sorti di quella disgraziata campagna, egli aveva fatto del suo plotone un pugno di arditi. Così pallido e biondo, dall'aspetto delicato e pensoso, l'occhio azzurro sotto una fronte spaziosa e scoperta, accompagnava ad una inaspettata energia un rigore che esercitava sopra sé medesimo, e per questo i fanti lo amavano. 

Il 9 marzo 1941 è con i suoi volontari all’assalto della terribile quota 1252 che egli deve attaccare di rovescio per attirare il fuoco e facilitare l'avanzata dall’altra parte. Ferito una prima volta, prosegue finché una granata di mortaio gli scoperchia il cranio e, creduto morto, stanno per avvolgerlo nel telo da tenda, quando muove una mano, e lo portano indietro, senza speranza. 

Invece sopravviverà, e un giorno sarà udito cantare e nessuno potrà credere che la voce sia uscita da quello strazio. Il canto nasce ogni volta che la notte si sposa al silenzio: così egli tornava alla vita dall'oscurità che lo aveva avvolto, ma la sua sorte era segnata da quel giorno, e non potrà essere divisa da quella della guerra che non si poteva vincere e che fino all'ultimo egli si rifiuterà di credere perduta. 

L'orgoglio 

Non è possibile rinnegare la guerra a chi ne fu straziato, né separasene quando sia entrata nelle carni, e per lui accettare la sconfitta sarebbe stato barattare l'orgoglio con la pietà. Niente può persuaderlo che la guerra, per cui non rivedrà più il sole, sia stata un errore o un inganno, e seguiterà a sperare anche quando la speranza sarà disperazione. Per questo alzerà la voce anche nel fragore del crollo, quando l'incitamento sarebbe stato, non soltanto inutile, ma assurdo. Per questo fu punito, e forse si volle sopprimerlo perché il suo grido, che era già un lamento, non diventasse un rimprovero, come se oggi non fosse più temibile il suo silenzio. «Restituiteci in misura d'amore ciò che abbiamo dato in misura di sangue», aveva detto chiedendo che i soldati fossero amati per quanto avevano sofferto. Gli fu risposto con tre attentati, ma egli si ostinò a credere che non si sarebbe osato ucciderlo, e solo un mese prima della morte fu avvertito in sogno che per l'invidia di Caino il sacrificio è un delitto da non essere perdonato.

Lo spirito della gioventù 

Sognò di parlare, come infatti aveva parlato, dalla gradinata del monumento ai caduti di Monza, e la folla si precipitava su di lui, minacciosa e urlante. Lungi dal fuggire, le andava incontro gridando: «Perché mi uccidete? Io ho solo amato l'Italia». Proprio per questo doveva essere ucciso, e con lui non si spense soltanto una giovane vita, ma lo spirito della gioventù che oggi, muta e crucciata, si chiede a che valga credere e servire quando tutto l'oro del sole non valse a riscattare chi si era dato in ostaggio alla vittoria.